Scrivere un elogio funebre può sembrare impossibile, soprattutto quando il dolore è ancora vivo e i ricordi arrivano tutti insieme. In quei momenti le parole si confondono, sfuggono, a volte sembrano persino inutili.
Eppure, esiste un motivo profondo per cui questo gesto continua a esistere nel tempo. Un discorso funebre è uno spazio intimo, un momento in cui dare forma a ciò che una persona è stata in vita, per te e per chi è lì ad ascoltare.
Se ti senti bloccato, è del tutto normale. Non devi trovare parole perfette, ma parole vere. E io posso aiutarti a riuscirci.
Cos’è un elogio funebre?
Un elogio funebre è un discorso dedicato a una persona che non c’è più, pronunciato durante la cerimonia di commiato.
È un modo per raccontare chi era, cosa ha lasciato e quali tracce ha inciso nella vita degli altri. Di solito viene letto durante il funerale, in un momento raccolto in cui familiari e amici si fermano ad ascoltare.
Una cosa fondamentale da tenere a mente, è che un elogio funebre non è un testo formale, né un esercizio di scrittura, ma una narrazione personale, fatta di ricordi e arricchita dalle emozioni.
Le origini del discorso di commiato: dall’Antica Roma a oggi
Il discorso funebre ha radici antiche. Nell’Antica Roma, durante i funerali delle famiglie più importanti, veniva pronunciata la laudatio funebris, un elogio pubblico che raccontava le virtù del defunto e ne celebrava il ruolo nella società.
Era un momento solenne, spesso pronunciato da un familiare, con l’obiettivo di trasmettere valori saldi alle generazioni future.
Nel corso dei secoli questa pratica ha attraversato culture e tradizioni diverse, assumendo forme differenti. In alcuni contesti è rimasta legata a rituali religiosi, in altri ha preso una forma più libera, intima, personale.
Oggi, in Italia, il discorso di commiato è sempre più presente, soprattutto nelle cerimonie laiche. Non è ancora una consuetudine ovunque, ma cresce il desiderio di dare voce al defunto in modo autentico, per andare oltre le formule obbligate della cerimonia religiosa.
Perché il discorso funebre è così importante?
L’elogio funebre è il momento in cui si mette ordine nei ricordi, si sceglie cosa custodire e cosa condividere. In quel racconto, prende forma il significato di una vita per le persone che restano.
Durante la cerimonia, il discorso crea un ponte tra chi parla e chi ascolta. Le persone si riconoscono nelle storie, nei gesti raccontati, nelle piccole abitudini che tornano vive per qualche minuto.
In altri casi, chi ha conosciuto il defunto in veste di collega, amico, figlio o genitore, ha modo di scoprire altri tratti della sua personalità, attraverso una narrazione che cerca di raccontare chi non c’è più a tutto tondo.
In questo senso, il discorso diventa un gesto collettivo anche se nasce da una voce sola: non è solo un passaggio della cerimonia, ma un atto di cura verso la persona amata e verso chi resta.
Discorso funebre: differenze tra contesto laico e religioso
La differenza sostanziale tra contesto religioso e laico è che quest’ultimo lascia la possibilità di personalizzare al massimo tutti gli aspetti del rito.
La funzione religiosa impone la chiesa come unica location, i tempi della messa sono prestabiliti e le musiche obbligatoriamente legate alla sfera sacra. Anche il discorso funebre, pronunciato dal parroco, segue una struttura preimpostata che finisce con il perdere di vista l’unicità della persona che non c’è più.
All’opposto il rito laico, non avendo un sottotesto religioso, si costruisce proprio sulla massima personalizzazione di ogni momento.
Può essere celebrato ovunque, dalla casa funeraria al cimitero, da un giardino privato alla casa del defunto fino al tempio crematorio, ma non solo: potenzialmente, qualsiasi luogo può ospitare la funzione. Ci tengo a sottolineare che, avendo un attestato da cerimoniera, ho la facoltà di celebrare in qualsiasi location.
Anche sulle musiche la libertà è massima, lasciando aperta la possibilità di cantare quelle che erano più care al defunto, o che desiderano sentire la famiglia e i cari durante la funzione.
L’elogio funebre segue la stessa logica. A pronunciarlo non è più il parroco, ma i cari di chi non c’è più, oppure una celebrante come me, nel caso in cui la famiglia decida di affidare a una professionista la scrittura e la lettura del discorso.
È comunque importante sottolineare che un rito non esclude necessariamente l’altro. Funzione religiosa e funerale senza messa possono camminare di pari passo, nel caso in cui diversi membri della famiglia desiderino funzioni diverse, ed esiste la possibilità di officiare una cerimonia prima dell’altra.
Cosa succede quando si prova a scrivere un discorso funebre per la prima volta?
Quando ci si trova davanti a un foglio bianco, spesso il primo pensiero è quello di non sapere da dove iniziare. Le emozioni sono tante, si accavallano, e proprio per questo fanno fatica a prendere forma.
Spesso il blocco non nasce dal non saper cosa dire, ma dal non riuscire a mettere in ordine tutti i pensieri che abbiamo in testa.
Subentra poi una paura sottile, quella di non dire abbastanza. Si ha la sensazione che qualsiasi parola sia insufficiente per raccontare davvero una persona, per restituire tutto ciò che è stata.
Allo stesso tempo emerge il dubbio opposto, quello di dire troppo, di esporsi in modo eccessivo o di non trovare il giusto equilibrio.
A questo si può sommare un timore ancora più profondo, quello di non rendere giustizia. Si sente il peso della responsabilità, come se quel discorso dovesse essere perfetto.
In realtà non è così. Un elogio funebre non deve contenere tutto, ma il vero, qualcosa che racconta realmente la persona che si sta celebrando.
Ecco come scrivere un elogio funebre con il cuore

Scrivere un elogio funebre richiede attenzione e sensibilità, e per questo non esiste una formula perfetta da seguire. Esistono però alcuni passaggi che possono aiutarti a orientarti, senza forzare le emozioni e senza perdere autenticità.
1. Raccolta di ricordi, emozioni e testimonianze
Ogni processo di scrittura inizia prima delle parole.
Inizia con un momento di ascolto, in cui ti concedi il tempo di fermarti e lasciare emergere ciò che senti. Non serve cercare subito una forma, è più importante accogliere ricordi, immagini, frammenti di vita.
I ricordi più autentici spesso non sono quelli perfetti, ma quelli quotidiani. Un gesto ripetuto, una frase tipica, un’abitudine che racconta più di tanti eventi straordinari. Sono questi dettagli a rendere una persona riconoscibile agli occhi di chi ascolta.
Può essere utile coinvolgere anche altre persone, familiari o amici, per raccogliere punti di vista diversi. Ogni testimonianza aggiunge una sfumatura e aiuta a costruire un’immagine più completa.
2. Decidi lo stile dell’elogio funebre
Lo stile di un elogio funebre nasce dall’equilibrio tra emozione e rispetto. Non serve cercare effetti particolari, né costruire frasi elaborate: le parole più semplici, quando sono sincere, arrivano più lontano.
Parlare al cuore significa lasciare spazio alla verità, senza forzare la commozione. Le lacrime possono arrivare, ma non devono essere l’obiettivo. Il centro resta sempre la persona che stai raccontando.
Anche lo stile può riflettere chi era il defunto. Non serve avere un tono di voce sempre serioso, anzi: mi è capitato spesso di sentire persone sorridere, o persino ridere durante i funerali, senza che questo togliesse nulla alla potenza del momento. Tutt’altro, in quelle occasioni la vicinanza tra i presenti si faceva più forte che mai.
Evitare frasi fatte è molto importante. Espressioni generiche rischiano di allontanare, mentre parole semplici e personali creano vicinanza.
3. Struttura il testo in 3 parti
Strutturare il discorso in 3 parti aiuta a non perdersi. La tripartizione del testo è una regola antica, semplice e sempre efficace.
L’apertura serve a presentarti brevemente, e a creare una prima connessione con chi ascolta. Bastano poche parole per dire chi sei, e che legame avevi con la persona.
La parte centrale è il cuore del discorso, qui prende forma il racconto, emergono ricordi, episodi, tratti distintivi che rendono viva la presenza di chi non c’è più.
La chiusura accompagna verso un saluto, lascia un pensiero, una frase che resta, senza bisogno di effetti particolari.
Questa struttura non va pensata come una gabbia, ma come un filo che aiuta a legare un pensiero dopo l’altro mentre scrivi.
4. È ora di scrivere
Arriva sempre il momento in cui bisogna iniziare. Può sembrare il più difficile, ma è anche quello che sblocca tutto il resto.
La prima versione raramente sarà quella definitiva, ed è giusto così. Scrivere significa anche rivedere, togliere, riscrivere, lasciare sedimentare. Concediti di iniziare senza giudizio.
Puoi partire da una breve presentazione, dire chi sei e cosa rappresentava per te quella persona. Questo crea subito un contatto diretto con chi ascolta.
Poi lascia spazio al racconto. Parla dei suoi pregi, ma anche delle piccole imperfezioni che la rendevano unica. Ricorda abitudini, gesti quotidiani, frasi che tornano alla mente. Gli aneddoti aiutano a rendere concreto il ricordo.
La chiusura può essere un pensiero semplice, un saluto personale, qualcosa che senti davvero tuo. Non serve cercare parole solenni, basta che siano vere.
Leggere un elogio funebre: come affrontare il momento?
Leggere un elogio funebre è un momento intenso. Sentire la voce tremare o fermarsi è naturale, fa parte del momento e non ne sminuisce il valore. Gestire l’emozione significa accoglierla. Puoi rallentare, fare pause, respirare.
La voce può cambiare, diventando più bassa, più incerta o venendo rotta dal sopraggiungere delle lacrime. Anche questo è umano. Non serve avere tutto sotto controllo, ma restare in contatto con ciò che stai dicendo.
Se senti che parlare è troppo difficile, però, esistono alternative: puoi chiedere a una celebrante professionista di leggere al posto tuo.
In questo modo, il messaggio arriva in modo ugualmente potente, e puoi assicurarti che venga recitato nel migliore dei modi possibili.
Errori da evitare nello scrivere un elogio funebre
Quando si scrive un discorso funebre, alcuni errori possono allontanare dal senso profondo di questo momento:
- parlare troppo di se stessi rischia di spostare l’attenzione: il tuo punto di vista è importante, ma deve essere uno strumento, non il protagonista;
- un tono troppo formale crea distanza: le parole eccessivamente costruite possono suonare vuote, mentre un linguaggio semplice permette di arrivare più vicino a chi ascolta;
- la ricerca della perfezione può bloccare: un elogio funebre non ha bisogno di essere impeccabile, ma sincero;
- provare a suscitare commozione a tutti i costi porta fuori strada: le emozioni arrivano da sole quando le parole sono autentiche;
- fermarsi solo sul dolore limita il racconto: anche nei momenti difficili esiste spazio per ricordare la vita, i gesti, ciò che resta;
- non rispettare i tempi può rendere il discorso faticoso da seguire: una durata contenuta aiuta a mantenere l’attenzione e a dare valore a ogni parola;
- copiare testi già scritti è sicuramente una scorciatoia, ma allontana dalla verità personale: ogni storia è unica e merita parole proprie.
Il mio lavoro da celebrante laica: come scrivo un elogio funebre?
Mi chiamo Stefania Marvulli, e credo di essere diventata una celebrante di funerali laici per vocazione.
Mi sono incamminata su questa strada grazie al suggerimento di una mia collega che mi ha fatto conoscere questo mondo. Dopo aver seguito un corso a Roma, conclusosi con i sentiti complimenti della commissione d’esame, ho iniziato a muovere i miei primi passi in questo mondo.
Con l’esperienza, ho imparato che il vero compito della celebrante non è parlare della morte, bensì raccontare la vita di chi non c’è più. Bisogna chiedere e chiedersi, capire, scavare, finché non si riesce a toccare la vera essenza del defunto. E poi, bisogna saperla raccontare per iscritto.
Per farlo, inizio sempre con un colloquio con la famiglia. Sono momenti delicati che portano a galla tante emozioni, e non solo tristezza: quando le famiglie mi raccontano di chi non c’è più, tanti sentimenti si incontrano l’uno con l’altro, dalla disperazione alla gioia, dal pianto alle risate.
La mia missione è cercare di capire, di conoscere a posteriori il defunto. Chi era? Quali erano i suoi pregi, i suoi difetti? E poi, sempre concordando il tutto con la famiglia, quali metafore posso utilizzare? Cosa posso raccontare, cosa è meglio omettere? Quali sono gli aneddoti che raccontano meglio la sua personalità?
Ripercorrendone la vita, dall’infanzia fino al giorno della dipartita, traccio un’immagine del defunto che poi traduco in parole nell’elogio funebre. È un testo che vedo e rivedo più volte, e per ogni modifica cerco sempre l’approvazione della famiglia.
Il giorno della funzione, faccio in modo che tutto si svolga come deciso. Siccome sono anche cantante, spesso mi capita di cantare in apertura e in chiusura della cerimonia, mentre nel mezzo lascio un tappeto musicale, leggero e rispettoso, per accompagnare le parole dell’elogio funebre (se vuoi scoprire quelle che, per me, sono le migliori canzoni per un funerale laico, puoi leggere questo articolo).
Se i cari desiderano intervenire, possono farlo liberamente. Se invece decidono di affidare a me la lettura del discorso, sono felice di farmi carico di questa responsabilità e raccontare, con il giusto tono e le giuste pause, la vita e l’unicità di chi ci ha lasciati.
A fine cerimonia, infine, lascio alla famiglia un libro delle memorie del defunto, che contiene tutto ciò che è stato detto e le parole pronunciate durante la funzione.
Perché scegliere un funerale laico per pronunciare il discorso funebre?
Il funerale in forma laica è la scelta obbligata per chiunque voglia celebrare il defunto in modo personale e sincero. La libertà massima che offre è la chiave di volta per organizzare una cerimonia che, in ogni sua più piccola parte, rispecchi (e rispetti) la personalità di chi non c’è più.
Mi piace dire che chiunque merita un funerale laico, indipendentemente dalle proprie credenze, perché è l’unico rito che permette di ricordare una persona per quello che realmente è stata, nei suoi pregi e nei suoi difetti, in ciò che la rendeva unica e nell’impronta che ha lasciato sulle persone vicine.
Nel mio lavoro, mi è capitato di officiare un funerale personalizzato per una ragazza molto giovane. Il dolore era tantissimo, ma sono riuscita a costruire un rapporto di fiducia e aiuto reciproco con la famiglia. Dopo aver scritto l’elogio funebre l’ho sottoposto alla loro supervisione, perché per me è fondamentale agire sempre nel rispetto della volontà dei cari del defunto.
Il giorno della funzione ho cantato l’Hallelujah di Leonard Cohen, e ho pronunciato l’elogio funebre. L’affluenza è stata tanta, il silenzio quasi assordante, e mentre leggevo sentivo tutti gli occhi puntati su di me, e le orecchie tese all’ascolto del testo.
In questi momenti l’emozione cerca sempre di strabordare, ma, in quanto celebrante professionista, è mio dovere trattenere questa tempesta e rimanere composta e continuare a leggere, per rispetto del dolore della famiglia e dei cari.
Quando ho finito di pronunciare le parole che avevo scritto per la ragazza, il coacervo di sentimenti della stanza è sfociato in un applauso carico di emotività, di lacrime ma, soprattutto, di gioia.
Queste situazioni mi ricordano perché amo il mio lavoro. Officiare un funerale laico non vuol dire parlare di morte, ma celebrare la vita. E sono sicura che, quel giorno, tutti i presenti siano riusciti ad accarezzare la personalità, il carattere, l’unicità della ragazza che ci ha lasciati.
Esempi e suggerimenti per elogi funebri

Ogni elogio funebre nasce da una relazione diversa, e proprio per questo non esiste un modello unico da seguire.
Ci sono però alcuni spunti che possono aiutarti a trovare una direzione, soprattutto quando le emozioni rendono difficile capire da dove partire.
Pensare al tipo di legame che avevi con la persona può guidarti nella scelta dei ricordi, del tono, delle parole.
Elogio per un genitore
Scrivere un elogio per un genitore significa entrare in una storia lunga, fatta di presenza quotidiana, insegnamenti, momenti condivisi che spesso si danno per scontati fino a quando non diventano memoria.
Puoi partire proprio da lì, dai momenti vissuti insieme, senza cercare eventi straordinari. I gesti più semplici, una routine, una frase ripetuta nel tempo, raccontano molto più di qualsiasi episodio costruito.
Il valore delle piccole cose emerge con forza in questi racconti.
Elogio per il proprio amore
Quando si scrive per il proprio amore, le parole attraversano una dimensione ancora più intima. La relazione può diventare il centro del racconto, con tutto ciò che ha significato nel tempo.
Anche qui le piccole cose guidano. Le abitudini condivise, i momenti quotidiani, ciò che rendeva unico il vostro stare insieme.
Può essere importante raccontare anche il percorso fatto insieme, la crescita, le difficoltà affrontate, gli errori che hanno costruito la relazione. Questo rende il discorso molto umano.
Elogio per un amico
Un amico occupa uno spazio speciale, spesso fatto di complicità, leggerezza e presenza nei momenti più diversi della vita. Scrivere un elogio per un amico significa raccontare questo legame nella sua autenticità.
Puoi partire dai momenti condivisi, da ciò che vi faceva ridere, dalle situazioni vissute insieme che oggi tornano con forza. Gli amici si riconoscono nei dettagli, in piccoli rituali, in frasi che avevano senso solo per voi.
Raccontare un amico significa anche restituire ciò che ha rappresentato per te, come ha lasciato un segno nella tua quotidianità, cosa porti ancora con te. In queste parole può esserci anche un tono più leggero, se rispecchia davvero il vostro rapporto, perché anche il sorriso fa parte del ricordo.
Elogio per un collega
Il legame con un collega nasce spesso in un contesto preciso, quello del lavoro, ma può andare molto oltre. Scrivere un elogio in questo caso significa raccontare una presenza che ha accompagnato una parte importante della tua vita.
Puoi partire da ciò che significava per te nel quotidiano, dal modo in cui affrontava le giornate, dalle qualità che emergevano nel lavoro ma anche nei rapporti umani. Un gesto di disponibilità, una parola al momento giusto, una caratteristica che lo rendeva riconoscibile.
Elogio commovente
Un elogio commovente non nasce dalla ricerca dell’effetto, ma dalla verità di ciò che si dice. Le parole arrivano quando si lascia spazio a ciò che si sente, senza forzare.
Non serve trovare frasi perfette, né cercare di suscitare una reazione precisa. Quando il racconto è autentico, l’emozione arriva da sola.
Domande frequenti sull’elogio funebre (FAQ)
Quanto deve durare un elogio funebre?
Un elogio funebre dovrebbe durare all’incirca 15 minuti.
Chi può leggere l’elogio funebre?
Una celebrante professionista è la persona più indicata per leggere l’elogio funebre, perché capace di gestire le emozioni e trasmetterle nel suo parlato.
È obbligatorio fare il discorso funebre?
Pronunciare il discorso funebre è fortemente consigliato, perché solo così si può raccontare davvero la vita di chi non c’è più.
E se mentre leggo l’elogio funebre mi viene da piangere?
Non c’è problema se le lacrime interrompono l’elogio funebre; per una lettura scorrevole e potente, però, conviene affidare il compito a una celebrante professionista.
È meglio leggere il discorso funebre o parlare a braccio?
È impossibile improvvisare il discorso funebre, vista la delicatezza del momento e la lunghezza stessa dell’intervento: tutto va scritto e confermato tempo prima della cerimonia.
E se le parole dell’elogio funebre non arrivano? Come superare il blocco
Ci sono momenti in cui le parole non arrivano, e va bene così. Il silenzio fa parte del processo, soprattutto quando il dolore è ancora vicino. Accettare questa difficoltà è il primo passo, senza forzarti a trovare subito una forma.
Puoi iniziare a scrivere senza un obiettivo preciso, lasciando scorrere pensieri e ricordi così come emergono. Questa prima bozza non deve essere ordinata, serve solo a portare fuori ciò che senti. Da lì, poco alla volta, le parole inizieranno a trovare una direzione.
Se però senti che questo compito è troppo difficile, chiedere aiuto può fare la differenza. Condividere il peso di questo momento permette di alleggerire la responsabilità, e di sentirti accompagnato in questa fase molto dolorosa della tua vita.
Il mio lavoro da celebrante è proprio quello di scrivere un elogio funebre che racconti realmente il defunto, nei suoi pregi e nei suoi difetti, nella sua quotidianità e nella sua straordinarietà.
Non sarà qualcosa di cui mi occuperò in autonomia: ti mostrerò le bozze del discorso e le correggeremo insieme, perché la cosa più importante per me è rispettare la memoria di chi non c’è più, e di farlo rispettando le volontà dei cari che sono rimasti.
E se lo desideri, posso anche aiutarti a organizzare un funerale laico, creando uno spazio più libero e personale in cui dare voce al tuo saluto.
Ti basta compilare il form qui sotto, e inizieremo conoscendoci con una chiacchierata informale.


